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FONDO ITALIANO DI INVESTIMENTO. Silvestrini: l’iniziativa di per sè è notevole ma riguarda un bacino talmente ristretto di imprese da risultare quasi marginale

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Quello appena trascorso è stato sicuramente uno degli anni peggiori della (breve) storia del private equity italiano. Stando ai dati forniti da Aifi (Associazione Italiana private equity e venture capital) nel 2009 le risorse finanziarie affluite verso gli investitori istituzionali attivi in Italia, infatti, sono state pari a circa 290 milioni di euro, il 68% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Una tendenza confermata dal fatto che tra gennaio e giugno 2009 sono state registrate 155 nuove operazioni, per un controvalore complessivo pari a 1.069 milioni di euro, corrispondente a una diminuzione del 61% rispetto allo stesso periodo del 2008.

In un simile contesto si colloca il progetto, fortemente voluto dal ministero dell’Economia, della creazione di un fondo di private equity che, potendo contare su un capitale di circa 3 miliardi di euro, serva a favorire lo sviluppo, la patrimonializzazione e le aggregazioni tra piccole e medie imprese italiane. Proprio il prossimo venerdì 15 è previsto il primo appuntamento operativo per il comitato composto da ministero dell’Economia, Cassa depositi e prestiti, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena ABI e Confindustria.

Target e obiettivi
Ma a chi si rivolgerà il neonato Fondo italiano di investimento? Il bacino individuato è quello delle imprese con ambizioni di crescita e fatturato compreso tra 10 e 100 milioni di euro. A conti fatti si parla di circa 15 mila aziende, di cui 10 mila manifatturiere. «L’iniziativa di per se è notevole – commenta Sergio Silvestrini, Segretario Generale CNA – ma riguarda un bacino talmente ristretto di imprese da risultare quasi marginale. Il private equity, poi, è uno strumento che in Italia, almeno negli ultimi cinque anni, ha pensato piu’ a vendere che a rilanciare le imprese. Ciò, naturalmente, non significa che non si possa invertire la rotta. Magari anche grazie a questa iniziativa mista tra pubblico e privato. Ma adesso bisogna cambiare la strategia complessiva: il 2009 è stato l’anno della difesa, il 2010 dovrà essere l’anno dell’attacco, con progetti che coinvolgano la grande maggioranza delle piccole e medie imprese italiane».

Eppure il fondo punta anche a favorire la capitalizzazione e l’aggregazione tra imprese, obiettivi considerati prioritari anche da voi associazioni di categoria. «Ma il bacino è ancora troppo stretto – obietta Silvestrini – Bisogna incentivare la capitalizzazione delle imprese rafforzando l’attuale defiscalizzazione in vigore, bisogna tassare diversamente gli utili che rimangono in azienda e che non vengono ridistribuiti. Serve una spinta verso l’aggregazione delle imprese di filiera ma per farlo sono indispensabili incentivi e una nuova politica fiscale».

Un futuro più solido
Proprio quello delle aggregazioni è un tema che sta a cuore al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che non ha mancato di sottolineare il nuovo Fondo di investimento per le Pmi «è uno strumento utile per spingere le imprese all’accorpamento e questo porterà a una migliore governance e a una maggiore trasparenza nei bilanci». Ma per realizzare operazioni complesse come le fusioni tra aziende servono capitali e un accesso al credito più semplice, elementi che non sfuggono al leader di Confindustria che ha dichiarato: «Nei periodi di crisi le aziende sono maggiormente spinte all’aggregazione: non a caso quest’anno c’è stato un 5% di merger in più. Ecco perchè il fondo dovrà favorire il più possibile la capitalizzazione delle piccole e medie imprese. Pensiamo perciò che questa iniziativa possa portare a un cambiamento culturale e a rompere la diffidenza sul tema dimensionale che è importante per ricerca e internazionalizzazione».

Intanto però il piano 2010 per il sostegno finanziario alle Pmi non finisce con il Fondo di private equity, considerato che in agenda c’è la creazione della Banca del Mezzogiorno che, sfruttando la rete delle banche di credito cooperativo, dovrà sostenere le iniziative imprenditoriali più meritevoli del Meridione e poi le prime emissioni di bond fiscalmente agevolati per il Sud «per sostenere progetti di investimento a medio e lungo termine di piccole e medie imprese». Un piano strategico complesso a cui però le associazioni di categoria chiedono di aggiungere una politica fiscale molto più leggera.

Mercoledì, 20 gennaio @ 09:32:25 CET


 

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